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Siamo nei giorni in cui, negli Stati Uniti e nel mondo, dilaga la protesta sociale al grido “Black lives matter”, una protesta giustificata e, per larghi tratti, condivisibile in quanto rivendica diritti fondamentali delle minoranze ma non è più possibile accontentarsi di ciò. Il candidato democratico alla Casa Bianca Joe Biden afferma proprio questo concetto ricordando come sia passato il tempo delle rivolte e sia arrivato il momento di agire (il Joementum come ribattezzato dai Dem statiunitensi) .

Questo è, in primo luogo, compito della politica ma è anche dovere dei cittadini sensibili a quest temi votare responsabilmente per avere una classe dirigente che compia una “mossa del cavallo” nella direzione di una società aperta. Domandiamoci allora quale sia la situazione in Italia. E’ quantomeno fuorviante raccontare, come fanno Lega e Fratelli d’Italia, che la vita di un cittadino europeo sia uguale a quella di un cittadino extracomunitario e questo per molteplici motivi. A mio avviso ciò che crea più disagi e problemi ai cittadini stranieri riguarda la burocrazia lunga e complicata che riguarda le pratiche per i documenti personali.

Da qualche tempo vengo a conoscienza di storie surreali che accadono agli immigrati in una sorta di triangolo delle Bermuda con ai vertici: patronati, uffici per gli stranieri e ufficio immigrazione della Questura. Non è secondario nel processo di integrazione di una persona il sentimento che si prova nei confronti delle Istituzioni di un paese e con il metodo attualmente in vigore si crea spesso un risentimento che poi rischia di tradursi in odio e rabbia del quale nessuno viene a vantaggio.

L’attuale apparato burocratico crea una forte scissione tra extracomunitari e non, una sorta di ghettizzazione postmoderna sulla falsa riga del modello politico francese delle Bainlieu attuato particolarmente con i presidenti Francois Mitterand e Jacques Chirac che ha portato alle ben note radicalizzazioni di stampo islamico. Apprendiamo dunque dagli errori commessi dai nostri amici francesi e cogliamo la sfida prima che sia troppo tardi giocandola per creare un futuro migliore per tutti, stranieri e italiani.

Le parole rischiano sempre di essere troppo vuote e sicuramente non sono esaustive, occorre l’impegno reale da parte di tutti noi per venire a contatto con questa realtà, interroghiamoci: quante volte ho accompagnato un amico o una amica a fare la fila in Questura? Quante volte ho chiesto a qualcuno o qualcuna come ci si sente a vivere con la preoccupazione di avere i documenti a posto? O cosa si prova nel sentirsi impotenti di fronte a uno stato che ti vede come il numero che hai sul permesso e non come un essere umano.

Come si vede la battaglia non è solo giuridica, si tratta infatti di un match culturale che riguarda sia la società nella quale desideriamo vivere sia la visione di stato ed istituzioni che abbiamo. Da italiani non potremo mai comprendere a pieno cosa prova un cittadino extracomunitario poichè esiste un limite invalicabile che riguarda l’esperienza reale ma il nostro dovere è quello tentare di avvicinarci asintotticamente alle necessità di questi nostri fratelli fino a sentirle sulla nostra pelle.

A mio parere un particolare rispetto lo dobbiamo a quelle persone che arrivano come richiedenti asilo dall’inferno libico, i loro occhi hanno visto cose che noi non possiamo nemmeno immaginare e quando incrociano il nostro sguardo ci interpellano non meno di quanto lo fanno gli occhi di Zelig Jacob sul logo del museo memoriale di Auschwitz Birkenau.

Quando ci guardano ci portano dentro al loro vissuto tramite una esperienza empatica che deve guidare i principi di una classe dirigente che guardi ad un futuro migliore: senza empatia i discorsi su integrazione, ecologia, sviluppo ecc.. rimarranno sempre parole vuote che siano esse pronunciate in una intervista o positivizzate in un decreto legge. La cultura batte il tempo ma dovrà battere anche le barriere culturali che nessuna legge può, da sola, sconfiggere.